La penna degli Altri 29/05/2020 16:06

I padroni del calcio hanno sempre giocato

IL FATTO QUOTIDIANO (C. TECCE / L. VENDEMIALE) - Ormai da tre mesi non si gioca una partita di campionato. La ripresa è fissata al venti giugno. Eppure ogni giorno da tre mesi le lobby del calcio - al plurale, ma saldate da legittimi interessi di potere e di denaro - giocano per non perdere. I patron Claudio Lotito (Lazio), (), Aurelio De Laurentiis () hanno giocato, ricorrendo spesso a falli di confusione, a interventi degli arbitri politici, soprattutto dem e renziani, per non perdere i milioni di euro che le televisioni devono pagare per i diritti tv. E le televisioni, capeggiate dal gruppo Sky con la sorellina Dazn, hanno giocato per non perdere i 212 milioni - ultima rata per la stagione sospesa - con uno spettacolo finto e poco, o per niente, invocato dal pubblico pagante (in poltrona). Urbano Cairo (Torino), Giampaolo Pozzo (Udinese), Massimo Ferrero (Sampdoria), insomma squadre terrorizzate dalla retrocessione o indifferenti all'esito formale del campionato o in più complessi e speciali rapporti con Sky Italia (come Cairo), hanno giocato per non perdere posizioni già acquisite o vantaggi per domani.

Tutti i presidenti, distribuiti in correnti al pari dei virologi, quelli che preconizzano catastrofi umanitarie e quelli che ammiccano al complottismo sanitario, erano d'accordo su un punto: non saldare le mensilità ai calciatori milionari e scovare un espediente per scaricare il conto allo Stato. Il sindacato, per modo di dire, dei calciatori (Aic), affidato all'ex centrocampista riflessivo Damiano Tommasi, ha tuonato contro i ritorni affrettati in campo, le gare previste sotto la calura di luglio, la fragilità muscolare dei giocatori, ma mica s'è fatto mai latore di un messaggio, per quanto simbolico, di disponibilità: pronti a ridurci gli ingaggi, spesso milionari in Serie A. Anzi l'Aic ha protestato per i lunghi ritiri, i palleggi in quarantena e pure i tamponi: sacrifici talmente lancinanti da provocare depressione, hanno infine ammesso con contrizione.

LA LEGA DI SERIE A, che riunisce le venti società tradizionalmente divise, ha tutelato, a volte in maniera maldestra, gli introiti che nutrono il sistema: i diritti tv. Paolo Dal Pino, il presidente di Lega eletto dopo l'Epifania, s'è ritrovato tirato di qua e di là d afazioni opposte tranne che per il mandato di recuperare quei 212 milioni di euro (di cui 136 di Sky). La Figc di Gabriele Gravina e il Coni di Giovanni Malagò hanno giocato per non perdere le stimmate di ragionevoli e istituzionali uomini di sport che respingono gli assalti dei famelici patron di Serie A, disposti a incentivare la pandemia pur di raccattare quei milioni. In realtà, la coppia era assortita male. Infervorato da un senso di vendetta nei confronti del calcio che non è riuscito a domare con il commissario Fabbricini, Malagò desiderava imporre la primazia del Coni sulla Figc e, in estrema istanza, sulla Lega. D'altronde Malagò è il padrone del Coni che, temendo un fallimento, ha rinviato i Mondiali di Sci di Cortina dal marzo 2021 al marzo 2022 dopo le Olimpiadi invernali di Pechino. Geniale. Gravina, con spirito politico e ambizioni personali, si è spogliato degli abiti di presidente della Figc per salvare il calcio. Questo calcio. Quello dei diritti tv. Ha lavorato per la Serie A e i suoi grandi elettori in Federcalcio - tipo Lotito e - e ha impedito a B e C di chiudere per non scontrarsi in tribunale con De Laurentiis. S'intende De Laurentiis versione proprietario del Bari in C e non del .

VINCENZO SPADAFORA, il ministro dello Sport, ha giocato per non perdere la promessa che declamò subito dopo aver giurato sulla Costituzione: sono il ministro dello Sporte non del calcio. Spadafora ha agito con prudenza finché non si è scoperto circondato dalla Lega. Dal Pino ha cercato invano di scavalcarlo per aprire un canale diretto con Giuseppe , addirittura con una lettera firmata e poi cestinata e già in marzo con un parere legale sul contenzioso per i diritti tv dell'avvocato Guido Alpa, mentore del premier. Questi gli schieramenti in campo che hanno generato un duello a tratti davvero appassionante con pressioni e manovre, proposte e persino emendamenti ai vari decreti legge per l'emergenza. Tanto movimento senza palla che non è servito a niente.

Perché alla fine, sia ammesso, la linea l'ha tracciata la Germania che ha autorizzato la Bundesliga, poi la Spagna con la Liga e infine la Gran Bretagna con la Premier e il Covid-19 che ha allentato la sua morsa. Per una volta ha deciso l'Europa, ma potranno spergiurare che ha vinto Lotito o Gravina. Tre mesi di fantasie e di acrobazie. I presidenti di Serie A si sono inventati consulenti degli uffici legislativi dei ministeri, inondando di bozze deputati e senatori. Alcune società hanno spinto una norma per congelare di un anno il divieto di pubblicizzare le scommesse, simbolo dei 5Stelle al tempo della moralizzazione. Come una sbronza ordinata in pieno proibizionismo. Altri hanno fabbricato un testo di legge per il credito d'imposta alle sponsorizzazioni. Il calcio ha sognato di mettere in cassa integrazione gran parte dei calciatori professionisti, ma il governo ha garantito un sostegno ai giocatori con retribuzioni non superiori a50.000 euro. Gravina ha corretto la giustizia sportiva ottenendo un comma in un decreto che annulla i ricorsi alle strutture di Figc e Coni e gli conferisce la facoltà, inedita, di riformare lacomposizione dei campionati a sua discrezione. Un bel successo anche per il suo vice, nonché presidente dei Dilettanti e deputato di Forza Italia, Cosimo Sibilia.

SARÀ MEMORABILE in eterno l'audizione, i17 maggio scorso, del professor Paolo Zeppilli, capo della commissione medica della Federcalcio, davanti ai colleghi del Comitato tecnico scientifico al ministero della Salute: litigio da tempi supplementari di una coppa del mondo sul protocollo da seguire per tamponi e positivi al virus. Allora Gravina ha smentito Zeppilli. Come smentire se stesso. La Lega ha fatto causa a Sky per il canone di maggio non saldato, ma la sentenza più delicata l'aspetta Maximo Ibarra, l'amministratore delegato dell'azienda. In carica da ottobre e assente dalla sede di Milano da febbraio, Ibarra sente la crisi in arrivo per sé e Sky, vuole recuperare col calcio i profitti che mancano e che gli azionisti americani di Comcast pretendono. Se perde male, perché le vittorie non s'intravedono, rischia. Nel frattempo l'ex ad Andrea Zappia ha riallacciato i contatti con le società di Serie A. Chi comanda in Sky è un'altra conseguenza del virus. Non s'è capito se per il calcio italiano il gol dell'anno l'abbia segnato Angela Merkel o Claudio Lotito. Nel dubbio, qualcuno avvisi l'aquila che dovrà volare all'Olimpico.