La penna degli Altri 20/03/2020 10:13

Paolo Cannavaro: «La mia verità sull'isolamento in Cina fra controlli, tamponi e test per la febbre»

IL GIORNALE (G. PARPIGLIA) - «Ora sono in quarantena insieme con mio fratello Fabio (Campione del mondo e oggi allenatore) e al nostro staff. Siamo a Guangzhou, nel sud della Cina. A duemila chilometri da Wuhan. E la Cina sta provando a ripartire». Paolo Cannavaro, viceallenatore, accanto al fratello Fabio (primo allenatore del Guangzhou, ex squadra guidata da mister Marcello Lippi) è in Cina, dopo essere atterrato da Dubai. Fabio e Paolo, insieme con i preparatori e la squadra, sono rientrati da Dubai quando il virus non era ancora esploso e lo sceicco non aveva chiuso gli Emirati Arabi. E allora perché sono in quarantena senza aver sfiorato l'Italia o l'Europa? Hanno vissuto tutto il periodo del «Covid-19» in Cina con quindici giorni di passaggio a Dubai.

Paolo ci svela come sta la Cina oggi. Tra ripartenze lente, calibrate e leggi, dure, ferree, che hanno un solo obiettivo: salvare le vite dei cittadini. «A Dubai ci siamo trovati perché qui a causa del virus il campionato è fermo da gennaio e non sappiamo se a maggio riusciremo a ripartire. A differenze dell'Europa dove tanti calciatori sono stati contagiati, qui gli sportivi si sono "salvati" perché si sono attenuti alle regole del governo. In primis noi. Però la quarantena di oggi, a cui siamo sottoposti, è d'obbligo».

Eppure, vol non siete passati dall'Italia.
«Chi rientrava in Cina dall'estero è obbligato a quindici giorni di quarantena per tutelare il Paese. Stiamo combattendo questo virus da gennaio. Non dobbiamo pensare che si sconfigga in due settimane restando a casa, ci vuole tempo. Questo vale soprattutto per l'Italia. La Cina è un Paese che sa dove deve andare per risolvere questo problema e anche chi arriva da fuori deve rispettare determinate regole e sottoporsi a una procedura per il bene di sé stesso e del Paese».

Ce la spiega?
«Da Wuhan sono partite diverse persone, come è successo in Italia, e i cinesi se ne sono accorti dopo. Si suppone che a partire da Wuahn siano stati in 5 milioni. Quando sono rientrato da Dubai stavo bene. Con più di quattordici giorni in territorio arabo e un tampone fatto a Dubai che certificava la mia negatività, tuttavia sono in quarantena».

Continui.
«In aeroporto eravamo in otto, siamo passati da ben quattro controlli: siamo atterrati a Hong Kong in un'area riservata a italiani, coreani e giapponesi (i popoli più colpiti in questo momento). Da Hong Kong siamo andati in autobus fino alla dogana verso la frontiera cinese. Sempre scortati. Il mezzo è stato poi completamente disinfettato. Prima di poter entrare nello stabile della frontiera, ci è stato fatto il primo controllo medico: ci è stato chiesto da dove venivamo, se avevamo avuto contatti con persone contagiate, se in famiglia avevamo qualche positivo e hanno voluto sapere gli spostamenti degli ultimi quindici giorni. Dopodiché ci hanno fatto il tampone e ci hanno misurato nuovamente la febbre. Abbiamo aspettato un po' di tempo per accertarci che tutto fosse ok, quindi la polizia ha controllato il passaporto. Ma, a differenza delle altre volte, questa volta il passaporto è stato vivisezionato. Sul classico bigliettino dove è scritta la residenza, sono state aggiunte la via, il numero dell'appartamento, misure più dettagliate, insomma: il tutto scansito assieme al passaporto. Quando siamo stati dichiarati idonei, abbiamo affrontato lo step più importante: poliziotti e infermieri hanno ricostruito la nostra tracciabilità: dove eravamo stati, il numero del volo, i luoghi frequentati. In più hanno preso il nostro smartphone e scansito un codice con "WeChat" (applicazione simile a WhatsApp in Cina): così facendo li abbiamo autorizzato a tracciare i nostri movimenti. Non solo. Sono stati ricostruiti i miei quindici giorni precedenti quel momento per verificare le mie dichiarazioni: da quel momento ho consegnato la mia vita nelle loro mani come è giusto che sia. Ma non è ancora tutto. Siamo arrivati, in auto, nel nostro condominio alle tre di notte. Ad attenderci il personale del residence: siamo stati fotografati e accompagnati all'interno. La mattina dopo, la polizia, assieme agli infermieri ha chiesto che mi affacciassi alla porta, mi è stato fatto un altro tampone. Mi hanno misurato la temperatura e mi hanno lasciato il termometro, avrei dovuto inviare loro la mia temperatura mattino e sera. Se il tampone fosse risultato positivo e avessi avuto la febbre mi avrebbero condotto in uno dei centri per malati. Questa è la Cina».

Per i pasti?
«Il residence ci chiede di compilare un foglio con le nostre preferenze, possiamo chattare con il personale dei ristoranti. E tutto multimediale. Ci lasciano il pacchetto fuori dalla porta ed è la security che mi avvisa quando arriva. Il pacchetto nel frattempo è stato disinfettato. Non sto esagerando e non perché mi chiamo "Cannavaro", non conta nulla il cognome o la professione. In qualsiasi condominio tu vada, da quello di lusso a quello senza il , ci sono delle misure precauzionali imposte da un Paese che vuole combattere e da un popolo che vuole combattere di fianco a un Paese. Noi abbiamo due interpreti che non sono mai rientrati a casa; sono nati i loro figli tre mesi fa e ancora non li hanno visti. Non vanno a casa perché non vogliono rischiare per il bene delle loro famiglie. Questa è una mentalità giusta. In Cina sei educato con vari messaggi. Ai bambini sono mostrati fumetti che insegnano a contrastare il virus, e i bambini di due, tre anni hanno tutti la mascherina. Il bambino è irrequieto, non la terrebbe mai una mascherina, quindi parliamo di una organizzazione che ha detto "ok combattiamola!". Non ha detto "io la combatto e voi fate come volete".

L'Italia come è vista?
«Ci sono voli diretti da Italia-Cina, moltissimi ed è normale che il contatto diretto con la Cina può aver ampliato il contagio, però in Italia ci stiamo autodistruggendo. Lo Stato qui in Cina ti sta vicino. I benefit del governo danno la possibilità di stare a casa dal lavoro tranquillo senza farsi venire attacchi di panico per eventuali tagli o licenziamenti».

L'Italia dove sbaglia?
«Il governo cinese ha annullato gli affitti per tutte le persone che vivono nelle case di proprietà del governo e dei centri commerciali e dei negozi. C'è la regola, ma c'è il buonsenso. Ha contrastato anche il business delle mascherine. Aziende che fabbricavano auto o altri mezzi mezzi ora producono mascherine. Il governo poi decide a chi e come distribuirle: venderle alle farmacie a prezzi contenuti o regalarle. Se le mascherine destinate alle farmacie vengono vendute a un solo centesimo in più rispetto al valore reale, scatta l'arresto, la multa e l'annullamento della licenza per vendere farmaci. C'è una seria intenzione di dare aiuto ai cittadini. Oggi qui, se vuoi comprare una mascherina e in farmacia non la trovi, ti metti in "fila virtuale" su We Chat e quando arriva il tuo turno, ti arrivano a casa dieci mascherine in poco tempo».

Quanto siamo indietro rispetto al modello "cinese"?
«Tanto. In questo periodo in Cina prima di iniziare un viaggio in autostrada, andare in banca o comprare qualcosa devi mostrare che non hai la febbre»