TRATTATIVE -Già prima della messa in vendita della società c'erano state delle difficoltà. La famiglia Sensi, affiancata da una serie di partner commerciali, aspettava proprio la legge sugli stadi per far partire l'iter burocratico della costruzione, a pochi passi dalluscita Aurelia del Grande Raccordo Anulare: 55- 60 mila posti, tribune attaccate al campo, materiali modernissimi, quattro ristoranti, il museo, niente barriere tra campo e tifosi. Ma tutto è stato accantonato dopo l'accordo con Unicredit: il business, vitale per la competitività internazionaledelle squadre italiane, non poteva non coinvolgere anche il nuovo padrone della Roma.
SCENARI - Adesso, se la legge finirà davvero nel cestino, i probabili acquirenti americani non saranno felici di un ostacolo di partenza imprevisto. Questo no. Ma nemmeno si tireranno indietro per un motivo del genere. Lo stadio, per loro, era ( è) un progetto a lunga scadenza, valutabile in otto anni, e non influenzerà le scelte strategiche del gruppo guidato da Thomas Di-Benedetto. Che più della patrimonializzazione della società attraverso un immobile, sia pure così importante, punta sulla valorizzazione del marchio ( il cosiddetto brand),lo sfruttamento del merchandising su scala internazionale (non sono soddisfatti della gestione Sensi in materia) e gli investimenti sul settore giovanile, sul modello del Barcellona che fa scuola in tutto il mondo. Oltretutto, nulla vieta di costruire lo stadio con le normative esistenti. Lo ha fatto la Juventus, sta provando ad adeguarsi il Cagliari. Ma è chiaro che i tempi, con i percorsi attuali, sono molto più lunghi.