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La penna degli Altri 29/09/2010 11:54

Adriano e il suo nuovo stadio

 


Tutto un secondo tempo che si chiama responsabilità, che è un investitura per la serata che è rimasta da giocare e per tutto un futuro da rincorrere alla fine del tunnel e adesso la prima cosa bella è che il tunnel è soltanto quello che dallo spogliatoio ti scarica sul campo: più nessuna metafora esistenziale ad appesantire sia la pancia che la prosa di chi, come noi, ha da raccontare di aver visto Adriano sbuffare non per la noia ma perché c’era da faticare, lì su quella fascia destra dove tutto è stato tranne che defilato, con i compagni che gli scaricavano la palla perché la difendesse, come ha fatto con i chili buoni che gli restano; perché la reinventasse, anche, come forse ancora non riesce a fare del tutto ma come sente già di poter fare, perché è tornato a sentire l’eco del richiamo di una foresta chiamata area di rigore, con gli scatti che si sente di abbozzare, con gli stop precisi con cui addormenta la palla e il cronometro, con l’andare a buscarsi una fetta di pane operaio quando c’è l’area propria da difendere.



Per due volte pare lui, il centrale meglio piazzato, la contraerea da opporre a De Zerbi e compagni. Bisogna pure impacchettarla, la palla, in un finale di assedio insospettabile dopo la volee di Borriello e anche lì lo trovi, Adriano, che prima la strappa coi denti e poi riesce pure a coccolarla, pur di nasconderla. E al terzo di recupero, lo svedese finalmente trillò, dopo l’ennesimo rinvio: se l’Olimpico riesce ad applaudire, dopo l’eco di un sospiro di sollievo, una parte del suo battimani è anche per dire bentornato, Adriano.