La penna degli Altri 28/04/2010 15:11
Mexes, francese per caso. Come Candela
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MOTIVI - Può una riserva soffrire così tanto se i suoi compagni non riescono a vincere una partita, sia pure importante? Può un professionista francese sentire il cuore battere tanto forte per i colori di una terra straniera? Può. Mexes è nato in Francia per sbaglio. Basta sentirlo parlare, con la erre moscia mescolata allo slang: annamo, famo, dimo.
Dopo pochi mesi a Trigoria, durante una partita particolarmente tesa, le telecamere scovarono un suo neologismo, che doveva suonare volgare e invece risultò comico: mortaccituà, con laccento sullultima lettera, urlato a un avversario. Del resto, si sa, le parolacce sono le prime cose che si imparano. Ma dette così, francesi alla carbonara, sono divertenti e basta.
IL MOMENTO - Nel tempo, Mexes è diventato il terzo uomo dello spogliatoio dopo Totti e De Rossi. Uno che conta. « Sono pronto a fare il leader » disse due anni fa allinizio del ritiro estivo. E in questa veste ha trovato un suo equilibrio. Da giovanissimo non sapeva controllare il carattere fumantino e la voglia di apparire. In età più matura ha imparato a mettere gli interessi della squadra davanti a quelli personali. Gioca poco, gioca solo quando uno tra Juan e Burdisso non è disponibile, non gli piace, eppure sta lì con i compagni, nel bene e nel male, neanche fosse un tifoso privilegiato. Soltanto una settimana prima di Roma- Sampdoria, e di quel dolce crollo emotivo, aveva corso come un indemoniato per festeggiare Vucinic nellattimo del 2-1 alla Lazio.
INCERTEZZA - Non si fa condizionare dalle situazioni spigolose. Ha il contratto in scadenza tra un anno, ha richieste da Milan e Juventus, e con quello stipendio da campionissimo (2,5 milioni netti più i premi e i bonus) non ha certezze sul futuro. Vorrebbe restare alla Roma ma non ha ancora capito i progetti della società e le intenzioni di Ranieri. Inoltre negli ultimi mesi ha vissuto una serie di disavventure nella vita privata: prima il furto dellauto con la figlia a bordo, poi le botte in discoteca, poi lappartamento svaligiato. Ma tutto questo non ha minimamente scalfito il suo amore per Roma e per la Roma.
LINIZIO E LA FINE - La verità è che Mexes era romanista anche quando non poteva esserlo. Nella primavera del 2004 creò un caso internazionale per raggiungere la squadra che voleva, chiamato dallamico Franco Baldini. Capello fu il primo a riceverlo, a un giorno dal suo passaggio alla Juve, spiegandogli durante un pranzo come lo avrebbe fatto giocare. Peccato che Mexes fosse sotto contratto con lAuxerre. Uno strappo pagato caro sia da lui, con sei giornate di squalifica, che dalla Roma, che scucì 8 milioni e si vide bloccare le operazioni di mercato. Ma evidentemente, se adesso Mexes ride e piange a seconda dei risultati della squadra indipendentemente dal fatto che giochi o meno, ne valeva la pena. La Curva Sud, insieme con tutti i tifosi, si è accorta che Philippe è « uno di noi » . Come Vincent Candela, un altro francese cresciuto a Tolosa, nuovo avamposto della romanità.
Quando Candela cantava con i tifosi in curva Sud
Lui è addirittura andato in curva Sud. Da tifoso. E successo il 7 marzo, in occasione di Roma- Milan. Vincent Candela non ha mai spezzato il legame affettivo con la squadra, con cui ha vinto lo scudetto 2000/ 01, e con la città, dove è rimasto a vivere alla fine della carriera. Candela è un precursore di Mexes: francese di Tolosa, più apprezzato da queste parti che in patria, difensore, innamorato dei colori che ha indossato tra il gennaio del 1997 ( la migliore intuizione di Carlos Bianchi) e lestate del 2005 con picchi di rendimento stratosferici.
Una volta lasciata la Roma, dopo aver incrociato il suo erede Philippe, ha quasi staccato la spina. Come se non si trovasse più a suo agio con il pallone tra i piedi: « Il calcio è cambiato, è più fisico, meno tattico e tecnico. Oggi i calciatori hanno meno cervello » . Ha cercato fortuna con gli inglesi del Bolton, poi con Siena e Messina, persino con i dilettanti laziali dellAlbatros, in Prima Categoria. Nessun entusiasmo, la testa era rimasta a Trigoria. Alla fine ha mollato, a soli 34 anni. Lasciando però un ricordo speciale: la partita daddio giocata il 5 giugno 2009 tra tanti amici della sua Roma e della sua nazionale davanti a 40.000 tifosi. Tifosi come lui: francese per caso, romano e romanista per scelta.