La penna degli Altri 27/03/2010 09:39

Settantamila e una bandiera: Totti

Anche se non dovesse giocare avere lì è un’impressione diversa, è già una partita diversa. Campo o panchina. Comunque. Una volta l’ha vinto persino da un sedia con le stampelle appoggiate per terra: era il derby del record, bastò la presenza a dare la carica a tutti (soprattutto a che prima di iniziare andò a parlottare col suo ). Un’altra volta, invece, gli bastò alzarsi dalla panchina per vincere: era 0-0 col Toro in Coppa Italia, all’andata era finita 3-1 per loro, entrò nella ripresa e mancava poco, toccò una palla, fece due gol, finì 4-0. Cose che sono riuscite soltanto a Fonzie e a Mohammed Alì quando vinse l’incontro degli incontri con Foreman già prima di combattere, coi ragazzini africani che strillavano in continuazione: "Alì bumaye, Alì-bumaye".

C’è un bellissimo film-documentario per quell’evento, si chiama "Quando eravamo Re": potrebbe essere un bellissimo titolo un giorno fra mille anni dopo stasera, soprattutto per lui. Fra mille anni quando smetterà. Se mai smetterà di giocare visto che lotta e vinci insieme a noi anche quando non c’è. Contro l’Inter è sempre stata una gara particolare per . Tanti ricordi, l’ultimo è uno brutto, un calcio di rigore tirato alle stelle lì dove sarebbe finita la dedica per il presidente Sensi nel caso di un gol per la Supercoppa. In Supercoppa all’Inter, e sempre a San Siro, ha alzato un trofeo prendendosi un rigore e poi ballando col pallone sopra Materazzi.

Però i nerazzurri per sono altri ricordi più forti. Quello più importante ha la data dell’11 maggio 2006: Meazza, ritorno di finale di una Coppa Italia già compromessa: però quella volta Francesco tornò in campo dopo 81 giorni, dopo il crac del 19 febbraio di Vanigli, dopo la paura più grande presa come calciatore. Fece in tempo a fare un cross per Nonda e un colpo di tacco. Erano i tempi in cui impazzava Calciopoli, già si preparavano le mezze amnistie, in mezzo a tanto finto calcio, quello era uno spiraglio di pallone. Lì a Milano, d’altronde, l’aveva fatto vedere a tutti il pallone, cos’è il calcio: 26 ottobre 2005, palla a lui, palla lui e basta, poi inizia il viaggio trequarti di campo verso Julio Cesar e un tocco, sotto-dolce-vellutatissio, per un’altra parabola infinita, ad accarezzare prima il cielo sopra San Siro e poi la rete. Un gol, il primo nella sua classifica. Il numero cento, invece, con la Roma lo ha fatto proprio all’Inter, il 3 ottobre 2004 per la prima da allenatore di Delneri. Uno, cento gol e mille partite però nessuna come questa. Roma-Inter stasera fa male solo a scriverla. Sono le partite in cui ti manca il respiro prima, quella dove riscopri il senso profondo dell’essere tifoso. Quelli in cui non servono parole e basta un’occhiata per strada con qualsiasi altro romanista per capirsi. Come un lancio di senza vedere. Ma stasera aprite gli occhi: lui c’è. Ci siamo tutti. noi.