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La penna degli Altri 29/11/2009 14:00

«Bergamo, la pioggia, il carattere. Dimostrammo di essere i più forti»



Damiano, come va questo nuovo inizio?


«Sto aspettando il tesseramento. Per il momento faccio gli allenamenti».

Quali sono le sensazioni in un calcio così diverso?

«Sensazioni buonissime, perché faccio le cose che mi piacciono e con persone che da tanto non vedevo».

I tuoi fratelli, ad esempio. Com’è giocare con loro?

«Mah, a dire il vero uno è fuori per un infortunio al ginocchio».

Ah, un vizio di famiglia.

«Eh sì, non sono stato il primo e neanche l’ultimo, anche l’altro fratello si è fatto male, prima di me».

E poi? Dopo il Sant’Anna che ci sarà?

«Bah, vediamo, ci sono ancora delle cose da definire con la Cina».

Calcistiche?

«Non proprio. E poi sto cercando di stare vicino all’associazione calciatori di cui faccio ancora parte. Ma il mio futuro professionistico non è ancora definito».

A proposito di Cina. Un bilancio della tua esperienza lì?

«Sicuramente positivo. Un paese con enormi potenzialità. I numeri sono dalla loro parte. Dal punto di vista strettamente calcistico, invece, ho trovato un ambiente molto giovane, grande entusiasmo, passione. Sì, insomma, è più facile che cresca la Cina dell’Italia. Loro sono molto indietro, ma credono fortemente nel calcio».

Tempo fa hai detto di non aver vissuto la gioia dello scudetto come pensavi e come avresti voluto. In che senso?

«Mi riferivo al post-scudetto, alla stagione successiva. Alla Supercoppa per esempio, giocata senza tanti di quei ragazzi con i quali lo avevamo vinto».

Ad esempio?

«Mangone, Rinaldi, Lupatelli...».

Con loro avevi legato particolarmente?

«Tutti avevamo legato con loro, perché quelli che giocano meno sono fondamentali per raggiungere un obiettivo così importante».

A proposito di scudetto, oggi c’è Atalanta-Roma, se ti dico Bergamo tu a che pensi?

«Alla prima partita del 2001. Al mio gol. Fu una sfida particolare, perché allora l’Atalanta era un po’ come il Parma o la Sampdoria di oggi. Insomma, una rivelazione. Mentre noi eravamo i primi candidati allo scudetto. E in quelle condizioni, con la pioggia e il fango, abbiamo dimostrato di non avere solo doti tecniche ma anche caratteriali per arrivare fino in fondo».

E della Roma di oggi che ne pensi?

«Che è reduce dalla bellissima esperienza degli anni con Spalletti, e che non è facile ripartire. Non so se a gennaio arriveranno dei giocatori in grado di modificare l’idea di gioco. Ma è sicuro che adesso si sta cercando di fare un gioco diverso, di trovare un approcio diverso. E’ un momento di transizione».

E in questa transizione si sta sperimentando il tridente. Tu spesso dietro a tre punte ci hai giocato, come lo si può sopportare e supportare al meglio?

«C’è tridente e tridente, quello con , Vucinic e Menez è un po’ atipico».


Ovvero?

«Beh, perché non c’è un vero ariete. E l’ariete ti dà modo di giocare anche senza manovra».

Serve uno così?

«Ogni tanto serve un giocatore su cui appoggiare la palla, uno che fa salire la squadra».