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La penna degli Altri 20/10/2009 09:30

Quei tre rospi da ingoiare



Il secondo rospo è monotono, acquattato, irremovibile. E’ la porta di casa lasciata aperta perché i ladri  possano entrare. Non è complicità e neanche sventatezza. E’ incapacità di girare la chiave del lucchetto, assenza di serratura. Il secondo rospo è il limite di chi non sa fare il secondo gol. Tutta la squadra? Sì, tutta la squadra, ma alcuni “più uguali” degli altri in questo limite. Chi? I nomi li ha scritti Ranieri con i suoi primi due cambi: Vucinic e Taddei. Hanno giocato male Vucinic e Taddei? No, hanno giocato da Vucinic e Taddei. Ed è questo il limite. Al terzo cambio, quando Baptista ha sostituito Menez, è stato come se la Roma avesse subito una doppia espulsione. Fuori l’uomo migliore, dentro nessuno. Il secondo rospo che anche se lo ingoi  sempre ti resta sullo stomaco è il limite di alcuni nostri giocatori. Lo vedi, poi ogni tanto quello si mimetizza

con l’ambiente e ti illudi sia sparito. Invece è sempre là, una gastrite perenne. Cronica e non acuta, non diventa mai ulcera. Non sono giocatori scarsi, sono quello che sono, da tempo. Niente di più. Il primo rospo lo vediamo tutti, sempre. Il secondo quasi tutti, ogni tanto. Quasi tutti e ogni  tanto perché forte e umanamente tifosa è la tentazione di dichiarare il rancio “ottimo e abbondante” per amor di patria e per ebbrezza da tre punti quando arrivano. Ma il secondo rospo è lì, non si muove né si smuove, abita sempre nel nostro campionato giallorosso, sia quando questo ci appare un grazioso laghetto sia quando ci sembra una palude fangosa.



Il terzo rospo è nascosto nella tana e quasi nessuno ha voglia di stanarlo. Figurarsi ingoiarlo. Il terzo rospo è il più immangiabile. Ha un aspetto e un sapore così tremendi che si prova a negarne l’esistenza. Il terzo rospo è crudele e impietoso. Il terzo rospo è la fine di un ciclo. Senza molte diplomazie e con una punta di ruvidezza ha detto a proposito di Spalletti: «Era finito un ciclo…». Vero, solo che il “ciclo finito” non è solo quello dell’ex allenatore. E’ finito anche per questa squadra che è ancora buona per un campionato dignitoso ma non è più buona per inventarsi un futuro. E’ una squadra presentabile e degna, ma non è più una scuola e un cantiere. E’ appunto una squadra che ha finito il suo ciclo, dove qua e là brillano ancora splendori sulla via che dal recente passato conduce al presente. Più in là del presente l’eco si spegne e i riflessi dorati si perdono. E’ una squadra da rifare, con pazienza e amore, con calcolo e rischio. E’ il rospo peggiore, quel che  comprensibilmente ci fa più paura, quello che ci fa arretrare alla sola idea di affrontarlo. Un rospo che non possiamo né prendere a calci, né ingoiare e neanche mettere in fuga. Un rospo che si gonfia ogni mese che passa. Eppure una bestia che si può domare: la Roma è una buona squadra però da rifare. Non è una bestemmia, dovrebbe essere un comandamento.